Il mio naufragio con il trimarano Prahu

Storia - Le Foto del naufragio - Il libro del Naufragio

Amici I - Amici II - Amici III - Foto2002 - Foto 2002 bis - Foto 2003 - Parenti - Lavoro - Albero Genealogico
Naufragio - La mia Storia - Armandino - Note, Frizzi e lazzi

Ne sono trascorsi di anni da quel dicembre del 1976! Non parlo volentieri del mio naufragio, forse l'ho raccontato troppe volte e non ne posso più, ma di tanto in tanto la storia del naufragio riappare, riemerge è il caso di dire, e tanti amici mi fanno delle domande e vorrebbero saperne di più e così ho pensato di scriverne sul mio sito, quale posto migliore per dire tutto a tutti? Sarà un riassunto breve, ovviamente, c'era da scriverci un libro con tutto quello che era accaduto ed io lo scrissi, ma fu ritenuto editorialmente poco interessante: 20 giorni di naufragio nel Mediterraneo, seppure a dicembre, erano troppo poca cosa rispetto a libri che parlavano di naufragi durati 90, 100 e persino 150 giorni. E così dopo qualche timido tentativo smisi di proporlo.
L'origine di tutto fu certamente il mio desiderio di viaggiare, andare in giro per il mondo, di voler conoscere ed apprendere tutto, e la barca avela fu solo una scelta consequenziale più che una passione per la stessa: era il mezzo più economico per fare lunghi viaggi e lunghe permanenze e magari vendendola si poteva disporre di un capitale per restare a vivere da qualche altra parte. Mi preparai con cura: patente nautica, regate, prima barca di 7 metri per due anni con navigazione dalla Liguria alla Sicilia, barca definitiva di mt. 9.30. La scelta fu poco felice, un bel trimarano, molto veloce e molto comodo e spazioso per viverci, ma barca troppo leggera e delicata per fare un giro del mondo. La scelta fu dettata più dai soldi che dalla ragione, come spesso è accaduto nella mia vita: i trimarani costavano molto poco rispetto alle loro dimensioni perchè essendo larghi come due barche pagavano molto di ormeggio e questo ne ha anche impedita conoscenza e diffusione in Italia. Io avevo pochi soldi e non avevo rendite, l'idea era quella di sopravvivere facendo lavoretti nei posti dove sarei andato ed il trimarano, grazie alle sue dimensioni, avrebbe consentito anche qualche noleggio e nelle more una vita comoda a bordo.
Acquistai la barca nel maggio del 1976 in Sardegna, era all'isola della Maddalena, poi detti le dimissioni da dove lavoravo, preparai la barca e feci un primo noleggio in Sardegna, poi scesi in Sicilia per fare un altro contratto. A fine agosto, finiti i noleggi, ero stravolto per la gran mole di lavoro fatto e soprattutto per le tensioni accumulate, senza un soldo, ero stato perfino pizzicato dalle Tasse che avevano trovato la scheda della mia barca presso un broker ligure durante un controllo e mi chiesero conto e ragione del mio acquisto. Così avevo deciso di rimandare la partenza di un anno, ma il destino mi fece incontrare un vecchio amico, Vincenzo, che aveva deciso anche lui di voler fare un anno sabbatico prima di rimettersi a lavorare, magari navigando a vela, e che aveva anche qualche soldo da parte per fare i lavoretti necessari alla barca per la partenza. Avevo di fatto trovato uno sponsor, più povero di me ma persino più entusiasta di me!
Quell'autunno del 1976 fu veramente un anno meteorologicamente terribile, un'estate piena di burrasche, un autunno piovoso a Fiumicino, sul Tevere, e che ci fece impiegare 45 giorni per fare dei lavori in barca che con il tempo buono avremmo terminato in metà tempo. Partimmo tardi, il 2 novembre, cielo coperto, pomeriggio tardi, sguardi nostalgici alla costa italiana che si allontava nella foschia e che non avremmo rivisto per chissà quanto tempo. Rotta per Cagliari e poi diretti per Gibilterra, la porta da attraversare per andare incontro alla vera avventura, ed altra scelta infelice dettata dalla fretta: ci sentivamo in ritardo per la traversata e volevamo uscire al più presto dal Mediterraneo, ma andare dritti verso ovest in una zona con venti dominanti da ovest era una piccola follia. Le statistiche metereologiche dicevano che c'era un 20% di probabilità di avere venti favorevoli in quel periodo e noi volevamo arrivare a Cagliari e lì fermarci in attesa del vento giusto per lanciarci verso Gibilterra. Il mare ci punì duramente, 20 giorni per percorrere 400 miglia e finire in Algeria in un susseguirsi di burrasche e di forti venti contrari con una barca che è risaputo che naviga molto controvoglia di bolina. Arrivammo a Bona stravolti, decidemmo di fermarci e rimandare la traversata di un anno, potevamo farci un inverno tranquillo tra Algeria e Spagna facendo turismo e qualche lavoretto nei porti.
Fu con quest'animo pacifico che ripartimmo diretti ad Algeri alla fine di novembre e che finimmo invece per incontrare una depressione così profonda come non se vedevano da decenni, ci dissero dopo che il mare era forza 10. Quando partimmo la mappa metereologica pubblicata su un giornale portava la depressione sull'Inghiterra e non era prevedibile che potesse diventare così profonda, nè che la coda potesse arrivare fino in Algeria ed invece arrivò e così cominciò il nostro naufragio, il 2 dicembre 1976, dopo 3 giorni di resistenza in una burrasca fortissima e con onde di altezza inimmaginabile, più alte dell'albero della nostra barca. Alla fine, con la prua dello scafo laterale sinistro divelta dalla onde e la prua dello scafo centrale danneggiata e che imbarcava acqua a fiotti, decidemmo di abbandonare la barca e salire sulla zattera autogonfiabile.
A questo punto tre diversi scenari si aprono: quello nostro a bordo della zattera, quello dei familiari a casa e quello degli amici a Napoli.
La zattera. Vi salemmo sopra convinti che fosse la cosa più sicura da farsi, temevano che la barca potesse capovolgersi, il che poi avvenne e fu infatti ritrovata capovolta, e pensavamo alla zattera come ad un rifugio sicuro. Salimmo a bordo con calma, eravamo incerti sul da farsi, caricammo le sacche con i viveri, l'acqua ed un sacco con gli strumenti, ma in breve tutto cambiò: dopo pochi minuti si ruppe la cima che ci teneva legati alla barca e dopo altri pochi minuti ci cappottammo la prima volta, io mi ritrovai nel mare aperto in tempesta a qualche metro dalla barca, Vincenzo uscì fuori e mi tese un braccio mentre con l'altro si teneva attaccato alla zattera, io lo raggiunsi e mentre lo raggiungevo nuotando disperatamente impacciato com'ero dai vestiti, dagli stivali e dalla cerata, vedevo i sacchi con i razzi, i viveri ed altro che uscivano dal tettuccio della zattera capovolta e se ne andavano via. Pochi minuti o pochi secondi, ricordo lo sforzo enorme per ribaltare la zattera e per scavalcare l'alto bordo della stessa ed il senso di spossatezza una volta a bordo. Appena il tempo di fissare quello c'era rimasto all'interno della zattera e ci cappottamo di nuovo, ci cappottammo in tutto quattro volte ed ogni volta era sempre più difficile raddrizzare la zattera e risalire a bordo e l'ultima volta eravamo stravolti, stanchi e demoralizzati. Poi capimmo che stendendoci sul fondo della zattera ed irrigidendoci la zattera veniva coperta dalle ondate, andava sott'acqua e si riempiva d'acqua, ma non veniva capovolta e così smettemmo di capovolgerci. Non so quante volte fummo scaraventati sott'acqua e la zattera riempita d'acqua, di giorno e di notte, ed ogni volta dovevamo svuotare la zattera di una quantità d'acqua impressionante e con un buiolo piccolissimo, ma era molto meglio che finire in acqua, raddrizzare la zattera e risalire a bordo.
19 giorni siamo rimasti sulla zattera e c'erano rimaste una tanica d'acqua da 5 litri, 7 od 8 scatolette di carne da un etto, la sacca con gli strumenti (sestante, radio, bussola, salvagente, piccole cose) e le dotazioni incluse nella zattera (coltellino, medicine, 4 bottiglie d'acqua e poco altro). Sapevo che alla fame ci si abitua, così stabilimmo un orario e mangiammo in due una scatoletta di carne al giorno, ma dopo cinque giorni finì l'acqua e fu una cosa terribile, alla sete non c'è rimedio, sei seduto su una massa d'acqua, vi galleggi sopra, è fresca e limpida e non puoi berla. Ti si seccano le labbra, poi la bocca e poi stai tutto il tempo a pensare cosa fare per bere oppure se l'acqua del mare si possa bere oppure no. Per fortuna dopo 3 giorni senza bere piovve, raccogliemmo l'acqua piegando il tendalino arancione della zattera e che stingeva tanto. L'acqua raccolta aveva il colore dell'aranciata, noi la raccoglievamo con scatoletta della carne e la mettevano nella tanica e continuavamo a berne fino a scoppiare. Poi finirono le scatolette, ma fummo fortunati, vedemo una tartaruga che galleggiava poco distante da noi mangiando una seppia e la catturammo, la uccidemmo e ne mangiammo la carne ed il fegato. Vincenzo ne bevve anche il sangue, ma secondo me faceva veramente schifo, mentre la carne cruda era simile ad una carne qualsiasi. Ci sfamammo per quattro giorni con la tartaruga e gli ultimi quattro giorni non mangiammo nulla, ma avevamo ancora acqua. Quando la nave porta container si fermò e ci raccolse eravamo allo stremo, pieni di piaghe dappertutto, 19 giorni trascorsi con i panni bagnati addosso, ma ci rendemmo conto di quanto fossimo deboli quando cercammo di salire sulla nave dalla biscaglina che ci avevano calato dall'alto bordo: a momenti non ci riuscivamo! Avevo pensato di portare sulla nave gli strumenti salvati, il guscio della tartaruga che ci aveva salvata la vita e la stessa zattera, ma quando mi resi conto di quanto fossi stanco e debilitato mollai tutto e salii a bordo. Quei 19 giorni a bordo della zattera furono davvero intensi: le conversazioni e le discussioni con Vincenzo, le dieci navi passate vicino e che non ci videro, gli avvistamenti della costa a Trapani, Ustica, Alicudi e Filicudi, le 24 ore di voga con il coperchio della radio per cercare di arrivare ad Alicudi della quale vedevamo la sagoma di alcune case, la voglia di lottare per sopravvivere ed il senso finale di avvilimento e sconfitta nelle ultime 48 ore. Tante cose, tanti fatti, tanti pensieri, ci vuole un libro per raccontare tutto.
A casa, invece, seppero dei nostri guai il 10 dicembre, quando il Prahu venne ritrovato. Furono informati dalla Capitaneria di Porto del ritrovamento del relitto rovesciato del Prahu da parte di una petroliera nel Canale di Sicilia, poi di quanto stavano facendo e dell'insuccesso delle ricerche, mia madre sorella di un disperso della Marina Militare durante la guerra e che era il mio zio omonimo da cui deriva il mio nome e vedova di un ex ufficiale della Marina Militare mobilitò tutte le sue conoscenze per far continuare le ricerche. Non ci fu verso, difficile che potessimo sopravvivere in mare con le temperature gelide che c'erano allora e dopo una settimana sospesero le ricerche. Sulla zattera noi sentimmo in distanza il rumore ripetuto degli aerei che passavano distanti, pensammo anche che forse ci stavano cercando ed in qualche occasione provammo persino a riflettere il sole con lo specchietto smontato dal sestante. Quando salimmo sulla nave il primo pensiero fu di avvisare le famiglie e non sapendo se a casa sapessero o meno qualcosa inviai un telegramma un poco sibillino e potete immaginare lo sconcerto che produsse. Mia madre smosse ogni sua conoscenza in campo marittimo e riuscì a sapere il nome della nave, dove ci stavano portando e grazie ad un suo amico armatore ci fece trovare all'arrivo un'ambulanza che ci portò in una comoda camera di ospedale, dove ci rimisero in sesto, ci rivestirono di tutto ed alla fine ci misero su un aereo per tornare a casa.
Quando gli amici seppero della nostra disavventura si dichiararono subito certi che eravamo sopravvissuti. Ci furono discussioni molto tecniche sul fatto che non ci fosse il contenitore della zattera, che avremmo anche potuto non riuscire ad usare, e che invece c'era il canottino del tender. Poi ci furono molte discussioni sulla nostra possibile posizione, c'era una carta nautica speciale detta carta di Metallo che dava le velocità di scarroccio a seconda della forza del vento di diversi mezzi nautici in balia del vento come zattere, canotti, barche a vela, motoscafi ed altri. Furono guardate le mappe meterologiche di quei giorni e furono fatte diverse ipotesi, ma tutte sbagliate. Scoprii dopo che la carta di Metallo prevedeva due nodi come velocità di scarroccio per la nostra zattera, mentre secondo i miei conti noi facemmo esattamente il doppio. Impossibile trovarci con quei dati ed infatti non ci trovarono.
Ero tornato a casa in perfetta forma fisica, pesavo 20 chili di meno e mi sentivo in ottimo stato, avevo smesso di fumare, non avevo un soldo ma ero pieno di speranze e voglia di vivere. Ricominciare da zero, però, dopo una storia come quella, dopo tutti quei sogni fatti e realizzati e persi fu davvero difficile.